Il Programma


Storie e buone pratiche

Istruzione superiore

#IoRestoErasmus: 3 incredibili studentesse rimaste nel cuore d’Europa durante il Covid

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

 

Da Roma, da Bologna, da Milano: partono in mobilità internazionale Erasmus da città diverse e, senza poterlo prevedere, si ritrovano insieme a Bruxelles, nel cuore d’Europa, accomunate da stupore e magnificenza, contente di essere lì, di continuare a crescere e a formarsi e di dare il loro contributo in un momento di paure e incertezze.

Hanno percorsi curriculari differenti.
Ludovica ha 23 anni ed è al quinto anno di Medicina e Chirurgia a Milano Bicocca. La sua mobilità internazionale Erasmus si svolge tra settembre e giugno. E’ a Bruxelles presso la ULB (Université Libre de Bruxelles) con tirocinio curriculare al CHU Saint Pierre (Centre Hospitalier Universitaire).

Gloria ha 21 anni. E’ al terzo anno di Infermieristica all’Alma Mater Studiorum di Bologna. E’ partita lo scorso gennaio per una mobilità internazionale Erasmus ospite dell’Università Haute École Léonard de Vinci a Bruxelles. Il suo tirocinio prevede assistenza domiciliare, psichiatria e presenza in sala operatoria. Sta tornando in Italia in questi giorni di fine maggio.

Claudia ha 20 anni. Studia all’Università degli Studi Roma Tre ed è al secondo anno del Corso di Laurea triennale in Lingue e mediazione linguistico-culturale. La sua mobilità internazionale Erasmus si svolge presso la ULB Université libre de Bruxelles per 5 mesi, da febbraio a fine giugno. E’ ospite di una famiglia belga.

 

Ludovica ci dice:
La carriera universitaria ha una grande importanza per me e, sebbene l’idea di partire in Erasmus fosse sempre stata in un angolino della mia testa, avevo paura che partendo avrei potuto compromettere il mio percorso di studi. Avevo paura di non riuscire a superare gli esami in un’altra lingua o magari di rientrare in Italia con tanti esami dati ma molte lacune, che mi avrebbero reso la vita più difficile in futuro.
Non so cosa mi abbia fatto cambiare idea, forse “the fear of missing out” ovvero la paura di perdermi un’esperienza che non avrei potuto fare più avanti. E così a settembre 2019, sono partita per i miei dieci mesi di Erasmus a Bruxelles.
Il primo semestre è stato come speravo, ricco di conoscenze interessanti, avventure, serate danzanti, giornate in biblioteca e esami.
Nel secondo semestre ho iniziato anche il tirocinio in ospedale. A marzo frequentavo un reparto di pneumologia. L’emergenza sanitaria italiana era vista come una situazione lontana e ingigantita dai media. Si, ci lavavamo più spesso le mani e cercavamo di stare a un metro di distanza dal paziente (quando possibile), ma nessuno indossava la mascherina e molti ridevano del virus.
In ospedale non mi sentivo più al sicuro e a metà marzo ho deciso di interrompere il mio tirocinio. La situazione ha avuto un’evoluzione rapida, dopo qualche giorno infatti, tutti i tirocini sono stati sospesi e anche il Belgio è entrato in fase 1.
L’ospedale in cui facevo tirocinio ha avviato un piano di emergenza, hanno proposto a studenti del quinto e sesto anno di medicina di lavorare come volontari in reparti COVID, tutti hanno iniziato a portare la mascherina, nessuno rideva più del virus.
Il pericolo era chiaro, e come in tutte le situazioni di pericolo, il nostro sistema nervoso procede all’attivazione della modalità “fight or flight”, combatti o fuggi. Contro ogni mia aspettativa, ho scoperto di essere una combattente. Ho deciso di restare a Bruxelles e di lavorare come volontaria in pronto soccorso, a stretto contatto con i pazienti sospetti COVID.
Questo non è l’Erasmus che mi aspettavo, è molto di più. È una delle esperienze più formative della mia vita, sto acquisendo tante skills in ambito medico e sto migliorando il mio francese, ma soprattutto sto imparando a conoscermi meglio. Mi sono riscoperta più forte, più coraggiosa e più altruista di quanto credessi.
Ho capito che mi sento visceralmente legata all’Italia e che allo stesso tempo credo molto di più nell’Europa. Credo nell’Europa che la generazione Erasmus sta costruendo, un’Europa in cui un’italiana possa sentirsi a casa anche a Bruxelles.

 

Gloria riporta:
La mia esperienza è stata molto particolare, di certo non mi sarei aspettata niente di simile da una mobilità Erasmus, ma di una cosa sono certa: mi ha fatto crescere sia dal punto di vista personale che professionale.
Facevo il mio classico tirocinio quando l’emergenza Coronavirus è arrivata anche qui. Hanno deciso di interrompere le attività didattiche e i tirocini, di conseguenza mi hanno dato l’opportunità di tornare a casa, così come hanno fatto in molti, ma io volevo rendermi utile. Così ho iniziato il volontariato in ospedale in quanto studentessa di infermieristica. Ho avuto nostalgia di casa e anche paura, ma è proprio da questa che è nato il mio coraggio. In ospedale ho affrontato l’emergenza Covid, ho imparato il lavoro di squadra, la solidarietà di chi si trova nella stessa situazione di pericolo, il valore della libertà che veniva meno ai pazienti positivi costretti all’isolamento, ma soprattutto ho imparato ad avere più fiducia in me stessa. Ora posso dire di essere fiera di me e soddisfatta di questa esperienza così particolare.

 

Claudia racconta:
Da studentessa di lingue e amante di tutto ciò che è nuovo e sconosciuto, l’Erasmus ha sempre rappresentato un “percorso obbligato” per me. Non potevo esimermi dall’essere parte di quella grandissima comunità di ragazzi da ogni angolo dell’Europa chiamata Erasmus. La mobilità era anche un modo per allontanarmi dalle mie certezze e costruire la vita che desideravo.
Dal punto di vista umano, sociale e relazionale, l’Erasmus è un arricchimento incredibile ed ineguagliabile. Dalla prima settimana ero parte di quella che, con gli altri del gruppo, abbiamo chiamato Famiglia Erasmus. Sette persone prima sconosciute che condividevano le stesse emozioni, sensazioni, aspettative ma anche, certamente, i momenti di festa.
Sul piano accademico ha rappresentato una bellissima sfida: ho dovuto abituarmi a metodi di insegnamento in parte diversi e frequentare corsi in lingua francese che però, in realtà, hanno notevolmente accresciuto le mie competenze linguistiche. L’organizzazione dell’università ospitante mi ha fatto sentire a casa perché è molto simile alla mia università di Roma. La grande differenza è nella mole di studio, qui molto più leggera e suddivisa diversamente. Quello che mi ha piacevolmente stupita e fatto sentire sostenuta e accompagnata, burocraticamente e forse anche personalmente, è la segreteria di accoglienza che sin dalla prima email si è dimostrata disponibile ad ogni tipo di aiuto. Nel momento in cui è scattata l’allerta Covid-19, entrambe le università mi hanno contattata più volte offrendomi il sostegno e la possibilità di continuare la mobilità rimanendo a Bruxelles o tornando a Roma, oppure di interrompere tutto e riconoscere quanto fatto fino a quel momento.

La mia decisione è stata quella di rimanere. È stata una scelta coraggiosa, favorita da tanti fattori. Primo di tutti il sostegno da parte della mia famiglia che mi ha dato la libertà di scegliere da sola come agire, libertà che sottintendeva il messaggio “sei grande ora, puoi assumerti la responsabilità di prendere la decisione che pensi sia migliore per te, noi saremo lì per sostenerti”; secondo poi, la possibilità di rimanere presso la famiglia di accoglienza,  altro punto fondamentale di questa esperienza, una vera e propria seconda famiglia; in terzo luogo il sostegno di entrambe le università qualunque fosse stata la mia decisione.
Ovviamente dal 18 marzo tutto è cambiato, gli amici sono quasi tutti rientrati e la prima sensazione è stata sentire la terra sgretolarsi sotto i piedi, il vedere “crollare” quelle nuove certezze che si stavano costruendo. Le prime due settimane sono state dure e mi mettevo in discussione di continuo. La vita è cambiata totalmente, niente più lezioni con gli altri studenti, niente più relazioni faccia a faccia, niente più uscite. Da un primo approccio confusionario e negativo alle lezioni online e alla quarantena, ho deciso di reagire e cogliere gli aspetti positivi: più tempo per studiare e più tempo per tutte quelle attività semplici come leggere o guardare un film. Fortunatamente i rapporti che stavo creando sono riuscita a portarli avanti, alcuni sono iniziati addirittura nel periodo di quarantena.
Terminerò la mobilità a fine giugno e credo che, al mio rientro, la mia famiglia troverà una nuova Claudia. Io sicuramente mi sento una persona diversa, cresciuta e maturata rispetto al giorno in cui sono partita, con la mente e lo sguardo veramente aperti e tesi ad abbattere ogni tipo di barriera…non è forse proprio questo il fine dell’Erasmus?

 

#IoRestoErasmus è un progetto dell’Agenzia Nazionale Erasmus+ Indire per dare voce alle tante storie virtuose che il Programma sostiene anche in questa parentesi anomala per la mobilità internazionale: Buon Erasmus a Tutti!

 

Alessia Ricci
Ufficio Comunicazione
Agenzia Nazionale Erasmus+ Indire