C’è un momento di Erasmus+ che raccontiamo meno degli altri. Non è la partenza, non è l’incontro con un altro Paese e non è neppure il ritorno.
È quello che viene dopo.
Quando la valigia è stata disfatta, le immagini del viaggio sono rimaste nella memoria del telefono e il progetto è formalmente concluso, che cosa rimane davvero di quell’esperienza? È cambiato qualcosa nella persona che è partita? Nel suo modo di insegnare, lavorare, partecipare? Quel cambiamento riesce a entrare nell’organizzazione e a raggiungere anche chi non è partito? E, ancora prima: chi ha realmente avuto la possibilità di accedere a quell’esperienza?
Sono alcune delle domande che attraversano il numero 19 di EPALE Journal on Adult Learning and Continuing Education, curato da Vanna Boffo e dedicato all’impatto di Erasmus+ nell’educazione degli adulti. Il volume, dal titolo Assessing the impact of Erasmus+ in Adult Education: Empirical evidence, transformative processes, and comparative perspectives within the RIA-AE Framework nasce nel quadro di RIA-AE – Research-based Impact Analysis of Erasmus+ Adult Education Programmes, la rete transnazionale che dal 2023 riunisce ricercatori delle Agenzie nazionali e delle università di oltre venti Paesi per studiare gli effetti di Erasmus+ sulle persone, sulle organizzazioni e, più in generale, sui sistemi dell’educazione degli adulti.
La questione può sembrare tecnica, ma non lo è. Contare le mobilità dice quante persone sono partite. Studiare l’impatto significa chiedersi che cosa quelle esperienze abbiano prodotto, per chi e a quali condizioni.
Il punto di partenza è quel per chi.
Francesca Torlone, docente di Educazione degli adulti all’Università di Firenze, e Marco Ceccarelli, ricercatore dello stesso Ateneo, spostano infatti l’attenzione dall’esistenza formale di un’opportunità alla sua accessibilità reale. Una mobilità può essere aperta a tutti sulla carta e restare, nei fatti, più facilmente raggiungibile da chi possiede già informazioni, relazioni, competenze e familiarità con i programmi europei. Orientamento, accompagnamento, tutoraggio e mediazione diventano allora parte sostanziale dell’opportunità educativa: contribuiscono a stabilire chi riesce a entrare in Erasmus+ e chi rischia di continuare a restarne fuori.
Una volta entrati in Erasmus+, però, che cosa accade?
Le storie raccolte in Polonia da Julita Pieńkosz mostrano bene quanto sia difficile rispondere utilizzando soltanto categorie prestabilite. Le persone che partecipano a una mobilità arrivano con biografie, responsabilità, età e momenti della vita differenti. Per chi ha trascorso anni nella cura degli altri, per chi attraversa una fase di cambiamento o per una persona anziana, un’esperienza Erasmus+ può assumere significati che vanno oltre l’acquisizione di nuove competenze: ritrovare fiducia, riaprire relazioni, concedersi uno spazio proprio, scoprire di poter ancora scegliere e partecipare. Il suo studio mostra come gli esiti della mobilità siano legati alle traiettorie biografiche e ai contesti di vita dei partecipanti.
Lo stesso terreno viene esplorato, da un’altra prospettiva, da Vanna Boffo e Christel Schachter, che analizzano i primi dati italiani della seconda rilevazione RIA-AE sulla mobilità KA1. Qui Erasmus+ viene osservato anche come esperienza di formazione del sé: un processo nel quale apprendimento, riflessività e percezione delle proprie possibilità possono intrecciarsi. Antonio Sacristano porta questa riflessione sul terreno dell’apprendimento trasformativo, interrogando proprio ciò che può accadere oltre l’esperienza immediata del viaggio.
Sono cambiamenti difficili da mettere in una casella. E proprio per questo vale la pena studiarli.
Il Journal evita anche un’altra semplificazione: quella secondo cui partecipare a Erasmus+ significhi automaticamente uscirne trasformati. Borut Mikulec, attraverso le evidenze raccolte in Slovenia, invita a interrogare anche una parola molto utilizzata nell’educazione degli adulti, empowerment. Aumentare sicurezza, conoscenze o competenze non significa necessariamente aumentare la possibilità di incidere sulle condizioni sociali in cui si vive. La domanda sull’impatto, quindi, resta aperta: che tipo di cambiamento stiamo osservando, e fino a dove arriva?
È una domanda che non riguarda soltanto gli individui.
Bert-Jan Buiskool, direttore dell’istituto di ricerca Ockham IPS, che coordina il network RIA-AE, e Victor Verlaan si occupano di ciò che accade ai risultati dei partenariati Erasmus+ una volta che il progetto è terminato. L’idea riguarda molti progetti europei: produrre un buon metodo, uno strumento o un materiale non garantisce che qualcuno continuerà a utilizzarlo. Analizzando esperienze di cooperazione in quindici Paesi, gli autori mostrano quanto contino la capacità delle organizzazioni di assorbire l’innovazione, le reti costruite, gli interlocutori raggiunti e le condizioni che permettono a una buona pratica di continuare a vivere.
Il caso delle organizzazioni locali portoghesi studiato da Paula Guimarães, Carolina Pereira e Ana Nascimento David porta lo sguardo ancora più vicino ai contesti nei quali Erasmus+ prende concretamente forma. E la prospettiva comparativa proposta da Maria Teresa Caccavale torna a interrogare l’effetto del Programma tanto sui partecipanti quanto sulle organizzazioni. Il passaggio dall’esperienza individuale alla capacità di un’organizzazione di apprendere, modificarsi e redistribuire ciò che ha acquisito è uno dei fili che percorrono l’intero numero.
È anche il punto nel quale la valutazione diventa qualcosa di più del controllo dei risultati raggiunti. Daniela Ermini legge infatti RIA-AE come un’architettura valutativa, capace di mettere in relazione il cambiamento della persona, quello delle organizzazioni e il livello delle politiche, interrogando al tempo stesso il ruolo dell’Agenzia nazionale: non soltanto soggetto che gestisce il Programma, ma attore che può contribuire a produrre conoscenza sui suoi effetti e a restituirla al sistema.
Oltre la ricerca, le esperienze sul campo
Fin qui la ricerca. Poi il Journal entra nelle aule, nei centri di educazione degli adulti, nelle scuole di seconda opportunità, nei luoghi nei quali tutte queste domande diventano pratica quotidiana.
Ángel Navarro Rodríguez, insegnante e coordinatore Erasmus+ nelle Isole Canarie, torna da un’esperienza in Finlandia interrogandosi sul benessere dello studente adulto e sul rapporto tra motivazione, valutazione e ambiente di apprendimento. M. Amparo Aymerich Bort, responsabile del Dipartimento di tedesco della EOI di Castelló, osserva invece attraverso il job shadowing alla Volkshochschule di Francoforte il rapporto tra educazione formale e non formale. In entrambi i casi il valore del confronto non sta nell’importare un modello, ma nel tornare a guardare il proprio contesto con domande nuove.
Cristina Meneguzzo, docente di italiano L2 al CPIA 5 Milano, porta il discorso dentro una situazione particolarmente delicata per chi insegna: osservare un collega ed essere osservati. Nel progetto TOP il job shadowing diventa occasione per lavorare sulla fiducia, sul feedback e sulla possibilità di mettere in discussione la propria pratica professionale senza vivere il confronto come una valutazione.
Altrove la mobilità entra nel lavoro con adulti migranti, nelle scuole di seconda opportunità, nell’alfabetizzazione funzionale e nell’insegnamento individualizzato. Piera De Gironimo mette a confronto Italia e Spagna sulla valutazione e certificazione linguistica L2; Ivan B. Šarčević guarda alla formazione dei docenti delle Second Chance Schools; Juan Cristóbal Ruiz González intreccia nel progetto EVLE alfabetizzazione, inclusione e cittadinanza europea. Rocío Romero Aguilera e Santiago Clúa Nieto partono invece da un problema che l’età adulta non cancella: le difficoltà di apprendimento. Dal confronto con il sistema finlandese nasce la ricerca di modalità di insegnamento più individualizzate per adulti che spesso portano con sé una storia precedente di difficoltà scolastiche.
A questo punto il significato dell’impatto si è già allargato molto. Non riguarda più soltanto ciò che una persona sa fare meglio dopo una mobilità. Riguarda il modo in cui apprende, il rapporto con gli altri, le pratiche professionali, la capacità delle organizzazioni di cambiare.
E può riguardare anche la comunità.
Willeke van der Werf mette al centro proprio l’approccio comunitario e co-creativo, collegando l’apprendimento degli adulti alla vita quotidiana e alla partecipazione civica. Marianna Capo, ricercatrice e Ambasciatrice Erasmus+ per l’Educazione degli adulti, con il progetto NEAR porta invece questa domanda nel territorio napoletano e propone di cercare l’impatto attraverso la prossimità e la narrazione: ascoltare le biografie, seguire le tracce lasciate dalle esperienze, capire come un progetto europeo entra nelle vite e nei contesti locali, anche quando coinvolge persone in situazioni di vulnerabilità ed esclusione.
È forse qui che i contributi, pur così diversi tra loro, finiscono per incontrarsi.
L’impatto non coincide con la mobilità e non si esaurisce con il ritorno.
Non coincide con il viaggio e non è garantito dalla partecipazione. L’impatto richiede accesso, accompagnamento, tempo per rielaborare l’esperienza e organizzazioni capaci di trasformare quanto appreso in pratica condivisa. Richiede anche ricerca, perché alcuni dei cambiamenti più importanti — fiducia, capacità di agire, appartenenza e partecipazione — sono anche i più difficili da osservare.
Per questo il numero 19 di EPALE Journal va oltre il racconto dell’esperienza Erasmus+ e prova a osservarne da vicino gli effetti, le condizioni e i processi di cambiamento.
E pone a ricercatori, educatori, organizzazioni e istituzioni una domanda che non si esaurisce con questo numero e che accompagnerà RIA-AE fino alla conclusione della ricerca nel 2027 e oltre:
quando possiamo dire che un’esperienza Erasmus+ ha davvero prodotto un cambiamento? Per chi? E che cosa occorre perché ciò che è accaduto ad alcuni possa diventare una risorsa per altri?
Forse è questo che resta quando il viaggio è finito: non soltanto ciò che abbiamo visto altrove, ma quello che, tornando, siamo in grado di fare diversamente qui.
Scarica qui il n.19 di Epale Journal
EPALE journal n. 19 – 1/2026
Assessing the impact of Erasmus+ in Adult Education:
Empirical evidence, transformative processes, and comparative perspectives within the RIA-AE Framework
a cura di Vanna Boffo
di Daniela Ermini, Agenzia Erasmus+ INDIRE

