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#IoRestoErasmus: Arianna, Gemma e il loro contributo a una ricerca medica Covid da Madrid

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Gemma e Arianna sono al IV anno di Medicina e Chirurgia all’Alma Mater Studiorum Università di Bologna quando decidono di partire per una mobilità internazionale Erasmus a Madrid, in Spagna, dove vengono accolte dalla UAM – Universidad Autonoma de Madrid. Il percorso, come da piano di studio, prevede anche un tirocinio che sarà svolto rispettivamente presso l’Hospital Universitario La Paz e la Fundaciòn Jimenez Diaz.

Partite a settembre 2019 per una mobilità di 10 mesi si trovano a inizio 2020 con un ospite di troppo nella loro avventura: il Covid-19. Decidono comunque di restare nel Paese ospitante e trasformano l’esperienza in una grande occasione.

Partecipano e contribuiscono a un lavoro di ricerca legato alla pandemia. Il risultato è un un articolo che, ad oggi,  prende in esame la coorte più grande d’Europa con 2226 pazienti. Il titolo dell’articolo è “A cohort of patients with COVID-19 in a major teaching hospital in Europe” elaborato dal centro di ricerca IdiPaz (Instituto de Investigación Hospital Universitario La Paz).

Gemma e Arianna, grazie all’esperienza di mobilità internazionale Erasmus e a questa condizione tanto peculiare che le ha accomunate, hanno stretto una sincera e profonda amicizia.

Si raccontano in questa “intervista doppia“, come fosse una chiaccherata tra loro davanti al primo café con leche che possono riprendere al bar dopo tanto tempo.

 

Gemma: Cara Arianna, stavo ripensando un po’ a queste settimane che sono passate veloci (anche se incredibilmente lunghe). Ti ricordi come ti sei sentita quando hai capito che sarebbe iniziato il lockdown? Cos’hai pensato in quel momento, hai avuto paura?

Arianna: Più che paura mi risultava difficile crederci. Come forse è successo un po’ a tutti, non mi aspettavo questo stravolgimento estremo della quotidianità. Non riuscivo ad accettare di non poter uscire, di non poter vedere i miei amici, di non poter più andare in ospedale. Mi sentivo in una specie di sogno lucido, mentre mi chiedevo ogni secondo se davvero era reale. Il tutto amplificato dal fatto di trovarmi in un altro Paese.

Gemma: Si, ma alla fine sei rimasta. Perché l’hai fatto?

Arianna: Come sai, non ho mai davvero preso in considerazione l’idea di tornare. All’inizio, non rendendomi conto della situazione, una parte di me era davvero convinta che tutto sarebbe finito presto, e che dopo 2-3 settimane sarei potuta tornare indisturbata alla mia vita. Ora ovviamente mi rendo conto di quanto fossi stata ingenua, ma in quel momento mi sembrava quasi logico. Quando poi ho iniziato a rendermi conto della gravità dell’epidemia, tornare mi sembrava troppo pericoloso, e lì ho avuto davvero paura. Non volevo assolutamente rischiare di contagiarmi e a mia volta contagiare la mia famiglia.

Ne abbiamo parlato tanto, io e te. Dopo sei mesi in Erasmus, qui ci sentivamo a casa, e nessuna delle due voleva arrendersi all’idea che questa esperienza fosse finita. Il piano era: restiamo, continuiamo lo scambio, troviamogli un senso anche in questa situazione. Ecco, la mia domanda è questa: ti senti di averlo trovato? Dove?

Gemma: Effettivamente, il senso di un’esperienza come questa risiede negli incontri: professionali, quindi formativi, ma anche sociali, con persone e ambienti costantemente nuovi. Se si dovesse riassumere l’essenza dell’Erasmus in una parola sarebbe forse dinamismo, movimento, divenire. È ovvio che questo non coincide con una situazione di staticismo come quella che abbiamo vissuto. Dopo un paio di settimane dall’inizio della quarantena ho cominciato a chiedermi che senso avesse stare qui, non facendo molto di diverso da quello che avrei potuto fare a casa mia. Per questo, quando ho ricevuto il messaggio che diceva che si stavano cercando volontari per costruire una base di dati di pazienti con COVID ho pensato che potesse essere l’esperienza chiave per continuare a fare tesoro del mio Erasmus e ti ho scritto per proportelo. Grazie a questa opportunità ho imparato un’altra faccia della Medicina, con colleghi nuovi e allo stesso tempo potendo rivedere quelli a cui già ero affezionata – imparando a riconoscere i loro sorrisi da dietro le mascherine e, infine, ho potuto partecipare nel mio piccolo al momento storico. Mi ha reso incredibilmente appagata, e penso che abbia reso più facile il momento dell’isolamento.

Arianna: Io quest’ultimo periodo l’ho vissuto in tappe emotive. Lo rivedo come un’evoluzione. Tu che momento ricordi di più?

Gemma: I momenti intensi sono stati tanti e in tanti aspetti distinti. Sicuramente quello che più di tutti mi piace ricordare è stato il primo giorno che siamo andate al centro di ricerca. L’atmosfera era molto particolare, la metropolitana praticamente vuota e profondamente silenziosa, io nervosa come un bambino il primo giorno di scuola. Al binario della linea 10, nella stazione di Tribunal, salgo sulla metro dove sei anche tu. Ti trovo in piedi nonostante tutti i posti fossero vuoti. Mi commuovo al vederti lì, dopo tre settimane, come se fosse impossibile. Mi sento osservata dai pochi viaggiatori, come se incontrare una faccia nota in un vagone fosse illegale. Vorrei abbracciarti forte, so che non posso. Allora continuo a guardarti un po’ distante e rido felice.

E tu? Come ti ha fatto sentire partecipare al volontariato? So che per entrambe è stata una esperienza incredibilmente positiva, quindi ti chiederò l’aspetto che ti è rimasto più impresso.

Arianna: Sul piano personale, ciò che mi ha colpito di più è stato il poter dare qualcosa ad un Paese, mi ha arricchito tantissimo, come anche l’idea di restituire qualcosa al sistema accademico che mi ha formato. Mi è sembrato un modo perfetto per dire indirettamente alla mia università: “grazie a te sono cresciuta, ho imparato, ho capito. Ora sono qui, seduta a questa scrivania, a mettere in pratica quello che mi hai insegnato. Ora sono io che aiuto te”.

Sul piano professionale, mi rimane tutto quello che abbiamo imparato sull’epidemia. Il trattamento, le perplessità dei medici, le questioni risolte e quelle ancora da capire. L’esperienza dei professionisti, di chi l’epidemia l’ha vista davvero. Non dimenticherò mai il racconto del responsabile dell’emergenze dell’ospedale La Paz. Mi è sembrata un’occasione incredibile poter partecipare a questo momento storico così importante.

Gemma: Condivido pienamente queste parole. Tirando le somme, mi rendo conto che entrambe abbiamo deciso (rapidamente e spontaneamente) di rimanere anche perché non ci eravamo rese conto della durata della situazione. Ora che sappiamo come è andata a finire… faresti ancora la stessa scelta? Diresti ancora, senza pensarci due volte, “Io Resto Erasmus”?

Arianna: Sì, lo direi ancora, perché anche se in qualche momento ho avuto voglia di essere in casa mia con la mia famiglia, continuo a credere nelle motivazioni che mi hanno fatto prendere quella decisione.

Gemma: Come tu hai detto, in questo contesto abbiamo continuato ad imparare professionalmente e umanamente. Spero in realtà di restare Erasmus anche una volta tornata in Italia.

 

Dalla redazione: il 9 maggio si è celebrata la Festa dell’Europa: il Programma Erasmus secondo voi quanto e come rafforza il sentimento di cittadinanza europea? E poi, alla luce delle competenze acquisite, il Programma contribuisce alla costruzione di una Europa più competitiva?

Gemma: Rispondere a questa domanda in questo preciso momento storico è una responsabilità. Purtroppo, la percezione è stata che di fronte all’emergenza e alla paura che ha comportato, ogni Paese abbia puntato principalmente a tutelare se stesso. Qualche mese fa avrei risposto senza esitazione che è un’esperienza chiave, perché ti rende più forte come individuo. Io personalmente, ho imparato una lingua come non credevo possibile, divertendomi a imparare i modi di dire più autentici per vedere dopo quanto una persona nuova si rendeva conto che non ero spagnola, ho imparato a lanciarmi in tutte quelle cose che mi fanno un poco paura – e l’allegria che ti lascia dopo averlo fatto –, ad interagire con persone nuove, a vivere da sola. Ho imparato molte cose all’interno dell’ospedale e un nuovo metodo di studio. Ho imparato a vedere le cose belle del Paese che ospita, la Spagna, e ho così capito che forse potrei sentirmi ugualmente a casa in tanti altri. E infine, vedendolo da fuori, ho imparato a vedere tante cose belle del mio Paese, dell’Italia. E questa forse è la lezione più grande. Perciò sì, io credo che tutte queste sfaccettature rendano l’Europa più competitiva e ci pervadano di una visione più amplia dei confini. Quando ho scelto di rimanere e quando ho scelto di partecipare al volontariato, ho indirettamente rafforzato questo pensiero: comportarmi qui come avrei fatto in Italia.

Arianna: Sono d’accordo con Gemma. Voglio soffermarmi su una frase che ha detto: “visione più ampia dei confini”. E’ quasi un ossimoro, perché il confine è un concetto che limita e che per definizione, più che ampliare, restringe il campo. Forse tutti quelli che partono sono quelli a cui questa idea sta un po’ stretta, e allora decidono di ampliare lo spazio a disposizione, di allargarlo anche se il vuoto iniziale fa un po’ paura. Per poi capire che la stessa paura è il principale strumento di adattamento e di evoluzione. E’ proprio misto di adrenalina e timore che ti spinge ad esplorare, sperimentare, conoscere. E alla fine senza neanche accorgertene sei una persona diversa, parli un’altra lingua, hai degli amici incredibili, ti muovi senza nessuna timidezza in un ospedale enorme come se lo conoscessi da sempre. Ti rendi conto che hai valicato un solo confine geografico per superarne in realtà mille altri che erano “solo” nella tua testa, ma che non per questo erano meno reali, meno rigidi, di quelli fisici. Finalmente respiri.

 

 

 

#IoRestoErasmus è un progetto dell’Agenzia Nazionale Erasmus+ Indire per dare voce alle tante storie virtuose che il Programma sostiene anche in questa parentesi anomala per la mobilità internazionale: Buon Erasmus a Tutti!

 

Alessia Ricci
Ufficio Comunicazione
Agenzia Nazionale Erasmus+ Indire